
In questo 2025 sono stati già quattro i summit internazionali sulla remigrazione. Due si sono tenuti in Italia, non un record di cui vantarsi. Qui mi soffermerò sull’ultimo, di scena a Livorno il 4 ottobre, che, fra tutti, è stato quello con minor copertura giornalistica, nonostante ci fossero ottime ragioni per occuparsene.
Se il Remigration summit di Gallarate del 17 maggio (Resum25) è stato il più mediatizzato, sia in Italia sia all’estero - e l’ho raccontato in un dettagliato resoconto per Facta - anche i due fuori confine hanno attirato l’attenzione dalle rispettive opinioni pubbliche.
Il primo, la Big Remigration Conference, si è svolto il 26 aprile nei pressi di Peterborough, in Inghilterra. L’ha organizzato l’Homeland Party, un piccolo partito nato appena nel 2023 da una costola del più grande partito neonazista britannico, Alternativa Patriottica, e tuttavia già caduto preda di divisioni settarie, anche per la forte concorrenza interna all’estrema destra. Il suo leader Kenny Smith, tra gli speaker al Teatro Condominio di Gallarate, sembra infatti più impegnato a costruire alleanze internazionali che a sviluppare una rete di attivisti interni.
Non a caso, il convegno ha fatto notizia, tanto da meritarsi un video-reportage del Times, per la presenza annunciata del francese Renaud Camus, lo scrittore che ha ideato la teoria del complotto razzista della “Grande Sostituzione”. Anche conosciuta come “sostituzione etnica”, presuppone che la popolazione bianca europea sia vittima di un genocidio per immigrazione ed è quindi addotta come giustificazione per la remigrazione. Camus non ha però mai raggiunto la conferenza: le autorità di Londra gli hanno vietato l’ingresso nel Paese.
Gli è andata meglio con il secondo convegno (Remig25), organizzato il 16 agosto a Oslo dai Democratici Norvegesi, un minuscolo partito di estrema destra che sperava, promuovendo la remigrazione, di proiettarsi oltre la soglia di sbarramento alle elezioni del 13 settembre, un obiettivo poi miseramente fallito con appena lo 0,7% dei voti raccolti.
Come a Milano, l’evento ha suscitato stigmatizzazione diffusa, sia dalla stampa norvegese, sia dalla sindaca di Oslo, la conservatrice Anne Lindboe, sia dai cittadini comuni, che hanno manifestato a migliaia contro la provocatoria passeggiata di una relatrice, la parlamentare di Alternativa per la Germania (AfD) nel Brandeburgo Lena Kotré (già ospite a Peterborough e Gallarate), nel quartiere multiculturale di Grønland.
Una novità non marginale separa, però, il summit di Livorno dagli altri tre: è stato l’unico ad avere alle spalle un partito di governo, la Lega, benché, almeno ufficialmente, la regia fosse in capo al gruppo vannacciano livornese, il Team Teseo Tesei, e al portavoce di Resum25, Andrea Ballarati. Un distinguo, rimarcato sia da Roberto Vannacci sia dai leghisti toscani, che è più formale che sostanziale e che è soprattutto segno delle tensioni aperte fra il movimento del generale e il partito e, forse, di una certa riluttanza della vecchia guardia padana ad abbracciare del tutto il concetto di remigrazione.
Del resto, se a Pontida Vannacci - insieme alle europarlamentari Silvia Sardone e Isabella Tovaglieri e ai giovani del partito - ne ha fatto la nuova parola d’ordine, sui canali ufficiali del Carroccio la parola “remigrazione” compare appena una volta, in un video della stessa Tovaglieri, e nemmeno una sui profili social di Matteo Salvini, che, finora, non si è mai speso in prima persona per sdoganarla.
La sbandierata distanza tra il partito e l’evento, d’altra parte, è subito apparsa poco convincente, visto che a Livorno i leghisti erano presenti in gran numero e non sono mancati gli appelli al voto per le regionali.
La conferenza, che già nel nome - Road to Remigration - intendeva porsi come semplice tappa intermedia verso il già promesso summit del prossimo anno, è così senza clamore diventata il punto d’arrivo simbolico del processo che ha portato la remigrazione a imporsi come proposta mainstream nel dibattito politico italiano. Un’evoluzione lampo, avvenuta in meno di sei mesi - come ho raccontato in questo pezzo - e accompagnata anche dal progressivo avvicinamento tra la Lega e la rete europea di estrema destra di Martin Sellner.
Da quella mattina a Gallarate di metà maggio, si sono infatti moltiplicate le occasioni pubbliche di incontro tra i leghisti e Ballarati, che dell’austriaco è il luogotenente nella penisola: la CPAC di Budapest a fine maggio, un panel sulla sovranità a Roma con Susanna Ceccardi a luglio, un sit-in a Milano per chiedere di bandire “antifa” a settembre e, come riportato da Matteo Pucciarelli di Repubblica, persino la stessa Pontida.
Lo schema è lo stesso seguito da Sellner in Austria con l’FPÖ e in Germania con l’AfD: egemonizzare culturalmente dall’esterno le destre nelle istituzioni influenzandole con concetti “nuovi”, come la remigrazione, e ottenere un ritorno di immagine vantaggioso per entrambe le parti. Il copione si sta ripetendo così fedelmente che Ballarati ha, da poche settimane, rinominato il suo gruppo associativo, Azione Cultura Tradizione, in Giovani Identitari, imitando simboli ed estetica del movimento di Sellner, a partire dalla lettera greca Lambda.

In quest’ottica, il summit di Livorno assume un’importanza che travalica l’evento in sé, pianificato con poco anticipo e con un parterre di ospiti tutto sommato di secondo piano. Gli speaker hanno persino parlato poco di remigrazione, su cui - a dirla tutta - non sembravano preparatissimi, e ci hanno girato intorno, trattando tematiche più o meno connesse: Mihály Rosonczy-Kovács, del think tank ungherese Nézőpont, ha illustrato l’esempio delle politiche orbaniane per la natalità e il controllo dei confini; Mihail Neamțu, deputato romeno di AUR, ha tratto ispirazione dalla resilienza della torre di Pisa (forse non sapeva di essere a Livorno) per un elogio della tradizione che resiste nel mondo globalizzato; l’altro tedesco di AfD, Stefan Korte, ha presentato il progetto di un think tank europeo per preservare identità e valori contro la disgregazione provocata dall’immigrazione; e il candidato leghista alle regionali Federico Pazzaglia si è lanciato in un dozzinale excursus storico sull’immigrazione nell’Impero romano.
Fra i presenti spiccavano tuttavia, per visibilità, due significative eccezioni. La prima è Petr Bystron, europarlamentare di AfD al centro di vari scandali: nel maggio scorso gli è stata revocata l’immunità in quanto sospettato di aver ricevuto denaro dal sito web filo-russo Voice of Europe e, in passato, è stato monitorato dai servizi segreti bavaresi per le sue simpatie per il movimento identitario locale.
La seconda è la 26enne catalana Ada Lluch, diventata un’influencer su X - ha oltre 400mila follower - proprio in coincidenza dell’amplificazione esponenziale dei contenuti della destra radicale conseguente all’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk: un suo post del dicembre 2022 - «gli uomini woke non sono capaci di soddisfare le donne» -, condiviso dallo stesso Musk, le ha permesso di moltiplicare di 50 volte il suo seguito in sei mesi. Convertita al trumpismo dall’ex marito, lo stratega repubblicano italoamericano Joey Mannarino, a settembre ha raggiunto una nuova popolarità internazionale autoinvitandosi a parlare al raduno convocato a Londra dall’estremista di destra Tommy Robinson.
Come nella capitale britannica, anche a Livorno Lluch, che pure si professa nostalgica del franchismo, ha garantito di non essere «fascista se voglio che il mio Paese resti cristiano» né di essere «xenofoba se voglio che le strade della mia città siano sicure» o «una brutta persona se voglio che l’Europa resti europea», e ha insistito sulla percezione di insicurezza che l’immigrazione instilla nelle donne quando camminano per le strade delle nostre città.
Eppure, questi discorsi, per quanto opinabili, non sarebbero di certo stati sufficienti a giustificare né l’allarme che la conferenza ha suscitato in Toscana - il presidente del consiglio regionale, Antonio Mazzeo, aveva chiesto al prefetto la revoca dell’autorizzazione ritenendone le idee in contrasto con la costituzione - né l’opportunità di un approfondimento.
Ascoltando molti dei relatori, l’impressione era, infatti, che si limitassero a parlare di una versione piuttosto vaga e ammorbidita delle prime due fasi della remigrazione, che disciplinano l’espulsione degli immigrati illegali e la revoca dei permessi ai regolari che delinquono, e non entrassero invece, per prudenza o addirittura per ignoranza, nel merito della terza fase, il cuore eversivo e anticostituzionale del piano, che prevede la deportazione dei «cittadini non assimilati»: secondo le stime di Sellner, in Germania corrisponderebbero a cinque o sei milioni di tedeschi con background straniero, che verrebbero arbitrariamente perseguitati e spinti all’esilio nel Paese dei genitori o dei nonni.
Questa è un’ambiguità su cui i leghisti hanno giocato molto: adottare la parola “remigrazione” come mero rafforzativo di “rimpatrio”, senza assumersi fino in fondo la responsabilità delle sue implicazioni.
Almeno fino a Livorno, dove, per la prima volta, la Lega ha messo la remigrazione in correlazione con uno dei presupposti della terza fase del piano: il ritiro della cittadinanza italiana per gli stranieri che, dopo averla acquisita, commettono reati gravi. Si tratta, per la verità, di una proposta già depositata in parlamento, ma che mai, prima d’ora, era stata inserita nella cornice della remigrazione, nella quale - come aveva spiegato a Gallarate Dries Van Langenhove - la pratica della doppia cittadinanza verrebbe abolita sin dalla fase due.
Con un certo paradosso, a suggellare la notizia è stato il leghista Claudiu Stanasel, vicepresidente del consiglio comunale di Prato con doppio passaporto, romeno e, dal 2023, italiano. «A livello di governo», ha detto, «dobbiamo avere il coraggio di proporre una riforma che inserisca la remigrazione all’interno della legislazione italiana», aggiungendo che qualunque straniero delinqua, cittadini acquisiti inclusi, tra cui lui stesso, dovrebbe essere remigrato: «Se io, che ho doppia cittadinanza, mi trovassi in questa situazione, beh io credo nella coerenza, sarei il primo a dire ‘me ne torno in Romania’».
Il tema era già stato introdotto da Lorenzo Gasperini, dirigente leghista in Toscana che, con Ballarati, ha organizzato il summit. «Dopo aver concesso la cittadinanza, io non ci sto al gioco che dalla cittadinanza non si torna indietro. Questo è già presente nel nostro ordinamento. Allora io dico la cittadinanza te la revoco non solo per terrorismo [una delle rare fattispecie previste dall’attuale legge del 1992, ndt], ma anche per aggressione sessuale, per strupro, per omicidio, per rapina». Anzi, secondo Gasperini, l’intero processo di concessione della cittadinanza andrebbe rivisto in senso restrittivo, alzando da dieci a vent’anni il periodo minimo di residenza continuativa per fare domanda.
Benché la questione immigrazione sia stata anche presentata in termini di sicurezza e welfare, sono state le inquietudini culturali e identitarie a dominare i discorsi della conferenza.
Gasperini ha citato le analisi di David Coleman, ex demografo a Oxford ma pure sostenitore dell’eugenetica, a supporto dell’ipotesi del prossimo sorpasso numerico dei figli dell’immigrazione sui bianchi. «La remigrazione», ne ha concluso, «è una necessità esistenziale radicale per la sussistenza dei popoli europei».
«Questa è un’invasione e non ho alcuna remora a chiamarla così. Se non modifichiamo il trend che è stato accumulato in questi anni, noi saremo destinati a scomparire», ha similmente avvertito Vannacci. Secondo l’europarlamentare, i cambiamenti demografici stanno avvenendo a «una velocità troppo elevata e, a un certo punto, quello che non assimili da qualche parte deve uscire. Ed è per questo che parlare oggi di remigrazione è importante, proprio per cercare di non arrivare alla fase del conato, che è violenta e fa star male tutti».
I presagi sull’imminente estinzione dei popoli europei e della loro cultura evocano i foschi scenari di Renaud Camus e, per quanto sia ormai comune sentir la destra parlare della sostituzione etnica, è stata, per certi versi, una rara sorpresa la disinvolta franchezza con cui sono state esposte le presunte motivazioni dietro il complotto.
Dal palco il generale Marco Bertolini, ex comandante della brigata paracadutisti Folgore, ha sostenuto che la pressione migratoria non sia soltanto spontanea, ma anche favorita «da quanti ritengono le nostre identità un ostacolo al raggiungimento di un melting pot, di un meticciamento complessivo che consenta un’unione politica europea analoga a quella degli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa».
L’obiettivo - ha continuato Vannacci - è distruggere le identità nazionali e il sentimento di appartenenza così da cedere quasi naturalmente la sovranità a un organismo sovranazionale. E sarebbe la sinistra a guidare il processo: «La sinistra vuole riempirci di disperati della Terra. Fa parte di una strategia. E ha una sua giustificazione, anche elettorale. Non vedono l’ora di dare il diritto di voto a queste persone. Non vedono l’ora di trasformare la popolazione europea in quella specie di melting pot, quel meticciato nel quale si potrebbero poi realizzare gli Stati Uniti».
Come avevo già sottolineato, è proprio l’insistenza sulla Grande Sostituzione a rappresentare uno dei principali campanelli d’allarme sulla remigrazione, non solo perché la teoria del complotto è stata la molla per le più grandi ed efferate stragi di estrema destra negli ultimi decenni, ma anche perché solleva, più che un semplice dibattito democratico sull’immigrazione, uno scontro esistenziale di natura etnica su chi ha diritto ad appartenere a un popolo e chi no. Se la premessa non è governare meglio i flussi migratori, ma scongiurare la minaccia del genocidio bianco, non ci può essere compromesso possibile.
Le considerazioni sulle espulsioni degli irregolari e sul rispetto degli accordi per i rimpatri sono quindi, in tutta evidenza, specchietti per allodole. Servono a veicolare un’impressione di buon senso, ma è inevitabile che si radicalizzeranno: è il concetto stesso di remigrazione a portare in quella direzione, e sta già succedendo.
Ad esempio, in meno di sei mesi, la definizione di “remigrazione” fornita da Isabella Tovaglieri si è allargata dalla mera «espulsione di chi è qui senza averne diritto o di chi è qui e commette dei delitti» fino a includere il «rimpatrio di massa» sia di chi è arrivato «clandestinamente e magari delinque» sia di chi «non riesce ad assimilarsi ai valori culturali».
A cosa corrisponde una buona assimilazione e quale autorità decide chi è assimilato e chi no? È una discussione che ci fa precipitare dritti nella distopia della terza fase della remigrazione immaginata da Sellner.
Nel frattempo, la corte di cassazione tedesca, nelle motivazioni sul caso della rivista di estrema Compact, le cui pubblicazioni erano state temporaneamente vietate, si è espressa anche sul concetto di remigrazione. Per i giudici è «contrario alla dignità umana» e «anticostituzionale», perché nega l’uguaglianza giuridica ai cittadini tedeschi con background migratorio e prevede «la denaturalizzazione come mezzo per creare un popolo di etnia tedesca».
Secondo l’esperto di diritto costituzionale Kyrill-Alexander Schwarz, interpellato dalla rivista Correctiv, questi passaggi della corte possono essere interpretati come «istruzioni per la messa al bando» del movimento identitario in Germania o, persino, diventare rilevanti per una decisione sullo scioglimento di AfD, dal momento che ha inserito la remigrazione nel suo programma ufficiale.
La stessa leader Alice Weidel ne sembra consapevole: in un documento del gruppo parlamentare uscito a luglio, il termine è stato eliminato, soprattutto per favorire la vittoria del ricorso in corte costituzionale contro la classificazione di AfD come partito “estremista di destra” e “incompatibile con il basilare ordine libero democratico”.
«La remigrazione non è una parolaccia. Qualcuno la fa apparire come un concetto anticostituzionale, nella maniera più assoluta. La remigrazione si fa all’articolo 13 della carta dei diritti dell’uomo», ha messo le mani avanti Vannacci.
In Italia la Lega non corre il pericolo di essere messa al bando, eppure il fatto che questo pericolo sussisterebbe in Germania, un Paese che con noi condivide la stessa ignominia delle leggi razziali, dovrebbe essere sufficiente a farci capire quali inconcepibili limiti sono stati violati. O forse no?
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Il neonazismo sta per reinfettare il nostro Continente (e non solo, temo).
Grazie dottore. Non avrei pensato, anche solo pochi anni fa, di sentire questi discorsi.
Forse il fascismo eterno è come il fuoco che cova sotto la cenere e aspetta solo un’occasione sociale (adesso l’immigrazione) per tornare ad ardere…
Saluti