La mattina del 30 maggio minaccia pioggia a Figueira da Foz, il centro balneare portoghese sull’Atlantico, a 140km da Porto, verso cui è stata dirottata la sede del secondo Remigration Summit.
Fuori dall’hotel Salmanha, i pochi giornalisti americani ed europei inviati a coprire il vertice di estrema destra, tra i quali David Gilbert di Wired e Daniel Pfaender dello Spiegel, sono respinti all’ingresso, nonostante l’accredito, e costretti ad accalcarsi sotto due tendoni bianchi in un parcheggio, proprio davanti ai pullman che hanno accompagnato oratori e pubblico (circa 500 persone) da Porto. Il motivo ufficiale è la tutela della privacy dell’uditorio, che, a seconda del pacchetto, ha pagato fra i 45 e i 325 euro per assistere all’evento.
Anche se confinato all’esterno, Gilbert riesce comunque a riconoscere diversi appartenenti al Patriot Front, un gruppo neofascista americano noto per le sue azioni performative in maschera e ben inserito nella rete suprematista, improntata alle arti marziali, degli Active Club. I loro contatti con il network identitario non sono, d’altronde, inediti.
All’interno, assistiti da uno staff di volontari perlopiù francesi con indosso - con nero senso dell’umorismo - costumi da hostess e da piloti d’aereo, sono ammessi solo i media graditi, tutti più o meno organici alle organizzazioni identitarie e ai partiti presenti, con il risultato paradossale che, durante le pause, giornalisti e oratori si scambiano continuamente di ruolo, intervistandosi a vicenda nel giardino del ristorante.

Mentre passa accanto alla postazione improvvisata della stampa, un giovane in abbigliamento business casual, il look indicato per la conferenza, irride gli inviati stranieri con un selfie. È Alexandre Gazur, vice-leader di Reconquista, il gruppo portoghese di estrema destra che ha organizzato il summit.
Seppur ignoto ai più, questo ingegnere informatico di Viseu è l’epitome delle capacità dissimulative del movimento remigrazionista, dietro la cui parvenza illibata si nasconde un volto sinistro. Pur essendo, allo stesso tempo, membro di Chega, il partito di destra radicale guidato da André Ventura, Gazur non ha, infatti, remore a esprimere antisemitismo e razzismo, persino verso i membri del suo partito, come il deputato Marcus Santos, che ha definito «un africano nero che parla brasiliano», e a emulare apertamente nello stile e nei toni il negazionista americano dell’Olocausto Nick Fuentes.
D’altronde, nemmeno il leader di Reconquista, Afonso Gonçalves, sotto indagine per crimini d’odio e arrestato quattro volte in un anno per reati connessi alla discriminazione razziale, fa mistero della sua misoginia – ha proposto di togliere il diritto di voto alle donne -, del suo razzismo antibrasiliano e della sua nostalgia per la dittatura di Salazar.
Come un estremismo tanto esplicito riesca a essere ritenuto degno di collaborazione con le destre istituzionali è la chiave del successo della rete costruita negli anni dall’austriaco Martin Sellner: i partiti politici si servono degli attivisti identitari perché producano e testino sul campo idee nuove e radicali che i primi non potrebbero mai sposare senza subire sanzioni sociali e i secondi si appoggiano ai primi per legittimarsi e attuare strategie di camuffamento sempre più sofisticate che ne consentano l’infiltrazione nel dibattito pubblico.
Ormai da diverso tempo, mi occupo del movimento per la remigrazione. Nel novembre 2025 ho raccolto tutto ciò che ho scritto sull’argomento in un breve saggio all’interno del libro “Vedete fascisti da tutte le parti”, con Stefano Catone e Giuseppe Civati. Puoi saperne di più qui.
Finora lo scambio è stato redditizio per entrambe le parti, tanto da aver permesso di sdoganare, nel giro di un anno, una nuova parola d’ordine: remigrazione, appunto. L’intesa è così manifesta che i suoi frutti sono rivendicati apertamente: uno dei discorsi dal palco, quello di Andrea Ballarati, organizzatore del summit di Gallarate lo scorso anno, si incarica persino di compiacersene, notando, con una carrellata nei Paesi europei, come la proposta sia stata adottata da diversi partiti, tra cui Lega e Futuro Nazionale in Italia.
La «vittoria metapolitica», cioè nel campo dell’egemonia culturale, è considerata ormai schiacciante. «Abbiamo spostato la finestra di Overton a tal punto verso la verità da poter inaugurare la fase dell’azione e del potere», certifica il belga Dries van Langenhove. Persino «a scuola i bambini ora parlano, apertamente e senza ironia, di remigrare il loro compagno violento Mohamed e tutta la sua famiglia», si rallegra Lena Kotré di AfD senza suscitare un solo brivido nella sala.
Ma a Sellner tutto questo non basta più. Servono a poco i decisivi avanzamenti nella guerra culturale senza disporre della forza per esercitare pressione sui politici. «In futuro, amici miei, dobbiamo diventare potenti. E, per essere potenti, bisogna anche essere pericolosi». Con la creazione dell’Istituto per la Remigrazione, annuncia Sellner, il movimento si trasformerà in una vera e propria lobby sul modello della NRA, l’associazione americana per il possesso delle armi da fuoco.
Sebbene, allo stato attuale, il reclamizzato ufficio viennese dell’Istituto sia ancora sulla carta, il suo fondatore immagina già di farne una struttura a metà strada tra un watchdog e un think tank. Da un lato, monitorerà i politici che si sono impegnati per la remigrazione, impostando un sistema di rating che premi la lealtà e punisca il tradimento. Dall’altro, fornirà supporto logistico, relazionale e intellettuale ai politici, trasformandosi nell’autorità centrale per la remigrazione in Europa, una sorta di Super PAC in grado di mobilitare denaro ed elettori.
In questa strategia di istituzionalizzazione si inserisce anche il Save Europe Act, un’iniziativa di legge popolare per reclamare una moratoria europea sull’immigrazione extracomunitaria, compresa quella legale, e la remigrazione degli immigrati giudicati “non integrati”.
La campagna, presentata dalla polemista olandese Eva Vlaardingerbroek, fa leva su uno strumento democratico dal basso previsto dai trattati europei, ma già il 22 luglio viene rigettata in fase di registrazione dalla Commissione in quanto incompatibile con i valori dell’UE. Una bocciatura messa in conto da Sellner e Vlaardingerbroek, che, pur promettendo agguerriti ricorsi in tribunale, sanno di muoversi in uno scenario comunque favorevole, foriero di maggiore visibilità, di vasti appoggi politici (da Roberto Vannacci a Santiago Abascal, da Rupert Lowe a Viktor Orbán), oltre che di un patrimonio di almeno mezzo milione di indirizzi e-mail raccolti tra i firmatari, seppur non esclusivamente europei.
Il fascino discreto della remigrazione
Nelle ultime settimane, oltre 900mila persone sono scese in piazza in Italia per protestare contro uno dei più grandi scandali politici nella storia recente del Paese. «Noi siamo il muro di fuoco», era l’appello dei manifestanti per erigere una barriera invalicabile attorno alla Lega, escludendola da qualsiasi alleanza elettorale. Alle proteste hanno pr…
In effetti, più che la - per ora - impossibile sublimazione della remigrazione nei palazzi di Bruxelles, sembra che l’obiettivo del Save Europe Act sia, molto più prosaicamente, una raccolta dati a tappeto dei potenziali sostenitori. «Dobbiamo metterci al lavoro sul nostro database per rendere mobilitabile il 10% del voto della destra. Dobbiamo poter contattare il 10% di queste 95 milioni di persone ed essere in grado di mobilitarle», è la conferma indiretta di Sellner, i cui calcoli si traducono in 1,8 milioni di persone per la sola Germania e di altre 1,4 milioni per la Francia.
È una strategia cautelativa essenziale per un movimento che continua a essere falcidiato dal deplatforming a causa dei suoi discorsi d’odio: gli ultimi a essere cancellati da TikTok sono stati Maximilian Märkl, portavoce degli identitari tedeschi, e l’house organ di AfD Deutschland Kurier.
Sul piano politico, invece, il movimento ha definitivamente rotto il suo isolamento. Rispetto al passato, anche solo al summit del 2025, i progressi più vistosi sono proprio nei rapporti con i rappresentanti politici. In Portogallo convergono, tra gli altri: due leader di partito, l’olandese Lidewij de Vos del Forum per la Democrazia e Vannacci di Futuro Nazionale (in videomessaggio); due parlamentari regionali di AfD, Lena Kotré e Björn Höcke (in videomessaggio); una deputata spagnola di Vox, Rocío de Meer; il leader giovanile del club repubblicano di New York, Stefano Forte; e, soprattutto, l’ex comandante della guardia di frontiera americana, Gregory Bovino.
«Martin Sellner, sei stato tu a invitarmi qui oggi», lo lusinga Bovino. «Abbiamo parlato a lungo delle tue idee e si rispecchiano nelle mie. È quasi sospetto il fatto che non avessimo mai parlato prima di persona e ci siamo trovati quasi subito sulla stessa lunghezza d’onda».
Bovino è del tutto a suo agio con l’estrema destra del vecchio continente: scherza sul suo famigerato cappotto da ufficiale della Gestapo, promettendo di indossarlo anche sul suolo europeo; consiglia di programmare con largo anticipo i piani operativi e comunicativi della remigrazione; e offre di mettere la propria esperienza sul campo al servizio dei presenti («sono a una telefonata di distanza»), in particolare di AfD («i tedeschi sono molto bravi in queste cose»).
D’altra parte, per l’ex capo della Border Patrol, i problemi di Stati Uniti ed Europa coincidono e così anche le soluzioni a essi. A differenza del summit di Gallarate, quando gli oratori avevano sviscerato i dettagli pratici della remigrazione, a Figueira da Foz nessuno sente la necessità di spiegarli al pubblico. Li si danno per acquisiti.
Certo, piccole integrazioni correttive non mancano - ad esempio, de Vos suggerisce di creare dei “coach per la remigrazione” per preparare i migranti alla nuova vita nel Paese d’origine, mentre Jean-Yves Le Gallou, intellettuale della Nuova Destra francese, raccomanda di uscire dalle convenzioni internazionali sui diritti umani per ripristinare la sovranità dei parlamenti nazionali - ma sono le strategie comunicative a dominare il dibattito, in particolare i due panel che coinvolgono attivisti e influencer.
In questo senso, l’elemento di maggior novità arriva ancora una volta da Sellner. Con una mossa lessicale studiata appositamente per sottrarsi alle domande scomode dei giornalisti, l’ideologo austriaco abbandona pubblicamente l’espressione “identità etnico-culturale”, che suona troppo «statica», monolitica ed esposta allo stigma razzializzante, in favore della più vaga ed elastica formula “continuità etnico-culturale”, per indicare «una catena ininterrotta di migliaia di anni di eredità etnica e culturale», non esente da cambiamenti, eppure priva di rotture significative.
La scelta viene rivendicata in un post su X ad appena quattro giorni dal summit, ma sono sufficienti perché in Portogallo siano diversi gli speaker a omologarvisi, non solo gli altri esponenti del network remigrazionista, ma addirittura i politici, come de Meer e Höcke. È una piccola ma potente dimostrazione dell’influenza dietro le quinte che Sellner ormai esercita sulla teoria comunicativa delle destre radicali europee.
Nonostante questi maquillage per veicolare all’esterno la sensazione di un movimento moderato, verso l’interno la retorica è tutt’altro che controllata, anzi si va, se possibile, estremizzando. Infatti, se nel senso comune il termine “remigrazione” si sta erroneamente diffondendo come sinonimo rafforzativo di “rimpatrio” o “espulsione”, al summit dove questo concetto politico è nato se ne riafferma più volte la corretta genealogia, riportandola alla teoria del complotto che la giustifica: la grande sostituzione (o sostituzione etnica).
L'ultimo italiano bianco
In questo 2025 sono stati già quattro i summit internazionali sulla remigrazione. Due si sono tenuti in Italia, non un record di cui vantarsi. Qui mi soffermerò sull’ultimo, di scena a Livorno il 4 ottobre, che, fra tutti, è stato quello con minor copertura giornalistica, nonosta…
Nel video che promuove il Save Europe Act, Sellner avverte, ad esempio, che gli europei sono vicini a diventare «irreversibilmente e permanentemente una minoranza» nelle loro rispettive nazioni. Similmente, Höcke teme che tra cento anni l’Europa sarà popolata da discendenti di persone senza alcun rapporto con essa a causa di un «processo forzato» di multiculturalizzazione, mentre l’americana Cyan Quinn del presunto think tank White Papers Policy Institute sentenzia che «la demografia è destino» e che «non possiamo restaurare la nostra civiltà con i bambini di altre persone». «L’Europa è già gravida di uno Stato islamico», dice ancora Sellner. La sostituzione etnica è «un crimine di proporzioni storiche», la definisce Markl, messa a punto - aggiunge Gonçalves - da «élite traditrici» e tutelata - fa notare Le Gallou - da una magistratura legata a doppio filo con la «galassia Soros».
Sulle parole dei presenti aleggiano cupe inquietudini, che rendono la remigrazione urgente. Per Sellner c’è una finestra temporale di appena vent’anni prima che gli europei, una volta venuta meno la generazione dei baby boomer, siano soverchiati numericamente.
Per questo, Forte la presenta non come «una questione politica, ma di sopravvivenza». È «la più grave crisi nella Storia, peggiore della mortale peste nera o delle devastazioni della Seconda guerra mondiale», sostiene van Langenhove. «Le nazioni possono morire», ammonisce anche de Meer.
Al cospetto di una «invasione ostile» (van Langenhove) paragonabile all’«orda ottomana» (Forte), Milan Mazurek, europarlamentare slovacco del partito di estrema destra Republika, esorta i giovani nazionalisti europei a superare i revanscismi storici per formare un fronte unito contro il nemico. E quel nemico è, soprattutto, la sinistra, le cui «idee disgustose si riflettono sull’aspetto fisico».
La sinistra - continua Gonçalves - si è infiltrata ovunque, nelle università, nel sistema politico, mediatico e giudiziario, e sparge odio anti-bianco, al punto che - avvertono Kotré e l’influencer americano Joey Mannarino - è disposta anche all’omicidio politico e ad appoggiare i terroristi per fermare i propri avversari. Ballarati è, però, ottimista che la classe lavoratrice, un tempo tendente a sinistra, si stia persuadendo della necessità della remigrazione constatando i propri diritti minacciati dall’immigrazione di massa.
Ancora una volta, a emergere dal summit è una concezione di cittadinanza intrisa di “sangue e suolo”, in cui la sua acquisizione è un mero e irrilevante processo burocratico se non «discende dallo stesso popolo che ha conquistato questa terra», proclama Gonçalves parlando del Portogallo.
«Per essere britannico o europeo devi avere antenati europei. È un fatto biologico», conferma l’influencer inglese Lucy White.
«Tutto il sangue, il sudore, le lacrime di migliaia di anni convergono verso un unico punto. Voi», conclude Sellner, inserendo la battaglia remigrazionista su un solco di memoria storica che trova, non a caso, la sua analogia più ripetuta nella Reconquista spagnola e portoghese contro i regni musulmani.
Il richiamo alla guerra etnica non è soltanto evocativo. Se la remigrazione è l’unica soluzione «moderata» (Mannarino) o «pacifica» (Ballarati), l’alternativa non può che essere violenta. Non sarà forse una minaccia esplicita, ma, di sicuro, è l’immaginario che stanno contribuendo a plasmare.
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